“Più capitali privati per le imprese innovative piemontesi”

di Caterina Garda

Giancarlo Rocchietti lancia l’allarme:

le start up in Piemonte non godono di ottima salute e la cura deve arrivare dai privati.

Il presidente del Club degli Investitori di Torino ha fatto luce sulla situazione attuale delle imprese innovative in Piemonte. E non sono certo momenti facili, secondo Rocchietti. A mancare non sarebbero certo le start up. Quelle ci sono in buon numero e ne continuano a nascere. Piuttosto manca chi crede in loro, anche per mancanza di qualità, ovvero chi investe.

«Ecco il problema – spiega Rocchietti – A mancare non è tanto la qualità tecnologica o la capacità di proporsi, ma c’è una propensione all’imprenditorialità inferiore rispetto alle altre Regioni». Continua il presidente del Club degli Investitori: «Noi non vorremmo abbandonare questi aspiranti imprenditori, la qualità dei progetti non è sempre eccellente, ma i soldi ci sono e quando gli investitori non trovano progetti interessanti scelgono di andare a cercarli altrove. Le faccio un esempio: quando vado a far lezione in università e chiedo “chi vuole fare l’imprenditore?”, nessuno alza la mano. Chiedo allora “perché?”. La risposta è “cosa succede se fallisco?”».

Rocchietti evidenzia che «c’è paura di fare l’imprenditore, in Piemonte siamo più ingessati. Ma se guardiamo i numeri, più della metà delle start up innovative sono ammortizzatori sociali, non veri imprenditori. E non solo qui. Ci sono cioè start up create da persone che non sapevano cosa fare.

Noi infatti selezioniamo cinquecento progetti l’anno, investiamo però solo su cinque». «A Berkeley ho visto tecnologie simili a quelle viste al Politecnico – aggiunge – laggiù l’ecosistema insegna ad amare il rischio e a non temere il fallimento che qua è visto come qualcosa capace di disonorare. In Piemonte ancora di più. Eppure ci sono bravi imprenditori, ma quello che gli manca è la capacità di attrarre investitori: bisogna essere anche un po’ capitalisti».

Per Giancarlo Rocchietti sulle 462 imprese piemontesi bisogna fare due distinzioni per quanto riguarda la produzione di idee che nascono da queste start up: ci sono quelle disruptive «chi inventa qualcosa che non esiste» e poi ci sono le copycat «quelle dignitose che copiano qualcosa di già fatto». «All’incubatore I3P ho visto un sistema per isolare polveri sottili con un apparecchio indossato al collo. Il problema è che l’imprenditore vuole venderlo a 100 chilometri di distanza anziché a Pechino dove per lo smog ci sarebbe più domanda», racconta Rocchietti. Poi il presidente del Club solleva un problema che aveva già evidenziato nell’intervista rilasciata al nostro mensile alcuni mesi fa: «Dobbiamo pensare alla grande, non essere solo bravi a fare, ma anche a venderci. Torino è un’eccellenza per le competenze tecnologiche e di settore, gli manca però una vocazione, cioè cosa facciamo nel futuro? Perché non pensiamo alla meccatronica anziché al food? Manca un piano strategico con linee guida e un coordinamento tra i vari enti, parlo delle fondazioni, gli investitori e le banche.

Serve una task force che indichi la direzione in cui andare. Noi stessi operatori di settore quello che succede lo sappiamo dai giornali. Invece ad Amsterdam il coordinamento è stato affidato dall’amministrazione a un city manager per le start up.

Sempre ad Amsterdam organizzano la “startup week”: ci lavorano un anno e ci va tutto il mondo. Noi ne facciamo di piccoli e non pensiamo in grande: se durante l’Italian Showcase avessimo allestito altri appuntamenti, avremmo attirato più persone e addetti ai lavori».

Per quanto riguarda gli incubatori Rocchietti spiega come c’è la necessità di una sorta di cambiamento di rotta: «Per me l’incubatore dovrebbe essere una fabbrica di aziende. Il nodo è che finché non saranno privati, ma gestiti dal pubblico, non maturerà uno spirito imprenditoriale forte. Ovvero qualcuno che a questi ragazzi dica: se entro tre mesi non ti svegli, ti sbatto fuori. Il tema non è la qualità degli incubatori, che fanno un lavoro bellissimo: la selezione la fa solo chi rischia denaro privato. In giro ci sono incubatori privati, L Venture e Digital Magics, e l’unico che c’era a Torino ha chiuso».

In sintesi servono più capitali privati e una selezione per salvare gli incubatori e la qualità. «Gli incubatori che ci sono devono restare. Un modello come Lazio Innova però, con un plafond di 100 milioni, può far la differenza. In Piemonte non mi pare che ci sia interesse a trovare risorse da mettere in questo sistema. A noi piacerebbe tanto rientrare in Regione e ci dispiace quando andiamo fuori a investire.

Abbiamo puntato su una startup del Politecnico come Waterblue: ecco io vorrei che ce ne fossero decine». «A livello iniziale, investire in una startup comporta un rischio dell’80%, che cala del 50% quando l’impresa è più evoluta. Però esistono privati che fanno questo di mestiere: troviamo il modo di portarli qua. Prima però come città dobbiamo capire dove vogliamo andare», conclude Giancarlo Rocchietti.

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