Non profit

di Diego Castagno e Milena Hristova Siderova

“Gli affari sono affari e la solidarietà non appartiene al dominio del mercato ma agli enti filantropici e alle organizzazioni non profit”. La frase é di Chester Barnard, ed appartiene al secolo scorso. Oggi probabilmente il mondo dello scambio e del profitto non é più così lontano da quello della reciprocità e del sociale. E l’impresa può essere sociale, o diventarlo, in una logica di contaminazione che porta ad uno degli scenari dell’innovazione più importanti e più sfidanti nell’economia dei prossimi anni, in particolare in Italia ed in Europa.

Le non profit, attive nel terzo settore e nel welfare, presidiano un “mercato” in continua espansione che richiede spesso la ridefinizione della modalità di intervento e la mappatura dei servizi offerti. Spesso con l’esigenza di radicali innovazioni nella struttura organizzativa. Questo significa che l’innovazione sociale molto spesso si interseca con l’innovazione tecnologica e organizzativa. Molte imprese sociali possono essere (start up) innovative; e moltissime imprese sociali possono essere mercato di riferimento o partner di start up che offrono prodotti e servizi tecnologicamente innovativi.

Qualche numero per capire di cosa si sta parlando quando si parla di non profit. In Italia il settore è in crescita ed occupa quasi 560 mila addetti, per un totale di 94.030, (dati della Commissione UE, Social enterprises and their eco-systems. Development in Europe – 2016). Le cooperative sociali nel 2015 erano 14644 per un totale di 383.828 occupati, nel 2011 le cooperative erano 11264 e gli addetti 320513. L’aumento complessivo degli occupati in 4 anni é stato pari al 20% del totale, un dato positivo ed in controtendenza negli anni della crisi più lunga che il Paese abbia conosciuto dal dopoguerra ad oggi.

In Italia, nonostante la crisi dell’ultimo decennio, il settore del non profit è in costante crescita e le start up innovative a vocazione sociali sono 160 su un totale di circa 8.000.

Le ragioni del successo sono tante: dalla necessità di innovare e migliorare un sistema di welfare e terzo settore da sempre radicato nel nostro Paese, fino alle recenti novità legislative che codificano e finanziano la nuova forma di fare impresa.

Un altro dato interessante riguarda le start up innovative a vocazione sociali, che sono 160 su un totale di circa 8.000 imprese iscritte al registro delle start up innovative.

I motivi che giustificano il crescente interesse verso il settore del non profit sono tanti. Il primo è la presenza nel nostro Paese di realtà consolidate che dal terzo settore si affacciano a nuovi mercati e nuove sfide: dall’assistenza alla sanità, dall’agricoltura, compresa quella 4.0, alla gestione di servizi. Il ruolo del terzo settore in Italia è sempre più centrale: senza il sistema cooperativo e il lavoro delle Non Profit lo stato sociale in Italia collasserebbe, con tutte le conseguenze immaginabili.

Il secondo motivo è legato al contesto del sistema Paese: in Italia la popolazione invecchia e il welfare tiene solo se si lega a sistemi di standardizzazione dei costi e di introduzione di innovazione che genera e consente efficienza. In altri termini non si può più ragionare su un welfare che non genera valore o che non costituisce opportunità di impresa.

La terza suggestione è legata al tema della sostenibilità e della redistribuzione: aumentano le differenze di reddito tra le fasce sociali in una società già fortemente polarizzata e il sistema di redistribuzione non sembra più in grado di ripartire la ricchezza creata tra i diversi strati della popolazione.

Il “grande disaccoppiamento”, di cui parlano i due ricercatori del MIT McAfee e Brjonjolffson a proposito del sistema americano dopo la crisi di inizio secolo, spezza la catena tra produttività, innovazione e distribuzione di ricchezza: aumenta la produttività in seguito all’introduzione di tecnologia ma la ricchezza generata non viene ridistribuita attraverso il lavoro e l’ascensore sociale si ferma del tutto. Servirebbe un paradigma diverso e nuovo, come suggerisce Mauro Magatti, che di queste cose si intende molto, e servirebbe una nuova cornice concettuale e operativa entro la quale concepire l’impresa, in grado di tenere dentro lo sviluppo sostenibile e il profitto. L’impresa sociale in questo senso sembra una strada tutt’altro che velleitaria. In pratica un modo nuovo di creare e ridistribuire valore.

Infine risulta determinante la spinta del legislatore, che ha avviato un disegno pronto ed incisivo di riforma del settore, creando strumenti e finanziando incentivi studiati per la nuova forma di fare impresa. La nuova legge sull’impresa sociale recepisce il cambiamento in atto nel mondo del non profit e mette a sistema le risorse.

Nell’ottica della creazione di impresa le opportunità sono evidenti e stimolanti. Più nel dettaglio definiscono un settore che si prevede in crescita nei prossimi anni nel quadro economico e sociale del Paese e del Vecchio Continente.

Da un lato la nuova legge sull’impresa sociale, la 112/2017, rende particolarmente attraente la costituzione di un modello di impresa non profit e non speculativo, dall’altra spinge alla trasformazione di enti tradizionalmente associativi e non profit verso strutture orientate al mercato e all’impatto sociale.

Citando una fortunata suggestione di Marianna Mazzucato, il welfare potrebbe diventare una sorta di nuovo “uomo sulla luna… una missione in grado di trasformare le sfide sociali in missioni concrete che comportino collaborazioni tra pubblico e privato”.

Nel frattempo il terzo settore incomincia ad assumere le caratteristiche di un ecosistema “denso” dove convivono impatto sociale, lavoro e creazione di valore, in un contesto di innovazione crescente e di contaminazioni tra mondi che tradizionalmente si ritengono separati, ma che nei fatti incominciano ad esserlo sempre meno.

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