Open Innovation

di Aldo Cossa

Tutte le imprese fanno “innovazione” ma poche lo fanno in modo coerente e strutturato. Spesso l’innovazione è frutto dell’intuizione del fondatore o di un collaboratore, raramente l’idea viene da fuori e quasi sempre non si coinvolgono risorse esterne, ma si tende a fare innovazione all’interno e dall’interno.

Visito annualmente centinaia di PMI: quasi tutte alla domanda “Fate innovazione, ricerca e sviluppo?” rispondono negativamente. Ma se gli chiedo se cinque anni fa facevano gli stessi prodotti o servizi, con gli stessi processi ecc. tutti indistintamente affermano di no, cioè che oggi i loro prodotti/processi e servizi sono differenti e quindi hanno innovato ma spesso in modo inconsapevole e non strutturato. E quando chiedo se pensano fra cinque anni di avere gli stessi prodotti – servizi e processi di oggi altrettanto innovati ovviamente tutti rispondono di no. In realtà una impresa che non innova e non è in grado di farlo ormai continuamente è una impresa che soccomberà quanto prima. Ma oggi non è più sufficiente prendere coscienza di dover innovare costantemente. Ci sono troppe competenze specifiche necessarie e spesso non presenti in azienda, ci sono innovazioni e sviluppi in altri settori che però possono essere trasferiti al proprio, servono competenze specialistiche e spesso serve anche poter pensare fuori dagli schemi per avere idee innovative.

Oggi una impresa per avere successo e crescere deve quindi innovare continuamente e deve imparare a farlo in modo organizzato, strutturato ma anche aperto all’esterno, alle competenze specialistiche, alle nuove idee ed istanze di chi ha esperienze e Kh differenti.

Infine è indubbio che innovare bene costa. Ma invece che cercare di risparmiare sull’innovazione si deve cercare di ottenere finanziamenti per fare ricerca, sviluppo ed innovazione. A mio avviso (e forse in controtendenza) l’Italia oggi è un Paese attrattivo per sviluppare nuove idee imprenditoriali.

Le norme che favoriscono la nascita e la crescita delle start up innovative, che agevolano le imprese innovative quali il credito di imposta sulla R&S, il Super ed IperAmmortamento, Industria 4.0, i Bandi UE, Nazionali e regionali, ecc. creano un humus fertile per innovare con la possibilità di recuperare in gran parte risorse ed investimenti.

L’approccio più efficace all’innovazione è con ogni probabilità l’OPEN INNOVATION, il modello di innovazione per cui le aziende lanciano progetti innovativi aprendosi ai contributi esterni come altre imprese, centri di ricerca, università, start up. Il modello è stato formalizzato e descritto già 15 anni fa dallo statunitense Chesbrough: la globalizzazione e il ciclo di vita sempre più breve dei prodotti rendono sempre più costosi e rischiosi i processi di ricerca & sviluppo. La “closed innovation”, ovvero la ricerca fatta all’interno dei confini dell’impresa, non è più sufficiente.

Come descrive www.economyup.it “L’open innovation (“innovazione aperta”) è un modello di innovazione secondo il quale le imprese, per creare più valore e competere meglio sul mercato, non possono basarsi soltanto su idee e risorse interne ma hanno il dovere di ricorrere anche a strumenti e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da start up, università, istituti di ricerca, fornitori, inventori, programmatori e consulenti”.

Il tutto ovviamente si sposa perfettamente con la crescita e lo sviluppo del modello start up. Esemplare il caso Enel (www.digital4.biz).  Ernesto Ciorra, Head of Innovation and Sustainability di Enel spiega:  «Coinvolgere attori esterni nel processo di innovazione ci aiuta a pensare diversamente e ad essere più veloci nel realizzare in maniera diversa le cose».

Per poter dare valore a prodotti e servizi innovativi, tecnologici e non, è quindi necessario strutturare una relazione con aziende piccole con grandi idee, ma anche con università di eccellenza nei temi dell’innovazione e con i partner tradizionali, nonché con i diretti competitor. Nel primo caso Enel ha richiesto e ottenuto dei fondi dalla Comunità Economica Europea per il supporto alle start up nell’ambito dell’energia, con i quali ha potuto avviare progetti in collaborazione con le start up, in cui l’azienda non investe capitali propri e non chiede brevetti o esclusive, ma dedica grande impegno e risorse per la gestione dell’intera struttura. «Abbiamo già finanziato 18 start up, ma ne stiamo cercando altre 42 start up. Abbiamo avuto risposte da 250 aziende, di cui una ventina sono italiane e le altre si trovano in Europa e Israele», commenta Ciorra.

Superare il modello dell’innovazione chiusa è ormai una necessità. “L’innovazione chiusa non era più sufficiente perché da una parte le conoscenze e i talenti viaggiavano (e viaggiano tuttora) a una velocità sempre maggiore a causa delle reti e della facilità negli spostamenti. Perciò, è diventato più difficile trattenerli in azienda a vita. Dall’altra parte, i mercati dei capitali, come insegna il caso delle start up della Silicon Valley, hanno cominciato a concentrarsi anche su aziende basate su modelli di business e approcci completamente nuovi e disruptive rispetto al passato. Non attingere a questi nuovi saperi collaborando con altre aziende, magari più avanzate dal punto di vista digitale, può rivelarsi uno svantaggio significativo: chi non lo fa rischia di ritrovarsi non al passo con i tempi. Secondo questo schema, la competizione quindi non la vince chi produce al proprio interno le migliori innovazioni ma chi riesce a creare prodotti e servizi innovativi modulando al meglio ciò che viene da dentro e ciò che viene da fuori. Sono solo poche le grandi aziende che hanno una platea di risorse interne talmente ampia e funzionale da non necessitare di uno scambio con l’esterno”.

(da www.economyup.it)

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