L’alveare che dice sì

L’attenzione al cibo, alla sostenibilità ambientale, al chilometro zero e all’impatto ridotto sono tutti grandi temi che hanno preso il loro spazio nel discorso pubblico. In poche parole, ci si chiede come mai, se viviamo in un Paese straordinariamente ricco di biodiversità, di ricette enogastronomiche, di produzioni locali, continuiamo ad affollarci in supermercati comprando merce che arriva in nave da migliaia di chilometri di distanza. Per molti la risposta è presto data: perché non esistono sistemi, reti, per poter sapere dove e cosa comprare, a prezzi che facciano incontrare consumatore e produttore. E a questo dato di fatto ha replicato Eugenio Sapora, con l’Alveare che dice si.

Una rete, non solo in senso virtuale con il relativo sito, che crea sul territorio degli “Alveari”, dove un gestore mette in contatto i clienti con i produttori locali, permettendo a chi compra di comporre una spesa in pochi click, che poi ritirerà all’alveare. Un’idea che è piaciuta, e che nasce in modo particolare. Soprattutto andando a vedere il background di Eugenio: «Fino al 2014 facevo l’ingegnere aerospaziale a Parigi, dove ho sentito parlare di questo sistema, già utilizzato in diverse parti d’Europa. Con alcuni amici abbiamo deciso di provare anche noi». La cosa parte in termini abbastanza amatoriali e a Mirafiori nasce il primo alveare, seguito da uno a Grugliasco e uno in CasArcobaleno, a San Salvario. Ma il tutto non decolla come dovrebbe, fino a che Eugenio non torna da Parigi e costruisce un team di cinque persone, partendo con un metodo lavorativo. A quel punto la marcia si ingrana: aprono un alveare a Milano, poi nei quartieri di Torino. La rete comincia a crearsi e in diversi si propongono come gestori.

Tutto procede a gonfie vele, fino a oggi: 160 alveari in tutta Italia, di cui 90 già attivi. Un successo che è arrivato con diversi ingredienti: «Anzitutto siamo diversi dai GAS (gruppo di acquisto solidali, ndr), con meno attivismo e più professionalità. Con la nostra rete si compra su internet, in pochi minuti, il ritiro è più facile e la cosa è meno affiliativa. I GAS sono importanti, ma avendo un carattere politico non raggiungono la massa. Poi serve un team agguerrito che ci crede, che ci dedichi tempo. Inoltre la svolta è rispondere a un bisogno esistente, senza troppo vincoli e con un costo decente». Insomma: per i piccoli produttori è uno sbocco ottimo, per i consumatori garanzia di prodotto, a prezzi buoni, in modo comodo. Non a caso il traffico totale annuo ha superato il milione di euro. È stato facile realizzarlo in Piemonte? «La risposta a caldo è che la nostra regione è in Italia, dove le leggi le fa Roma, e dove fare start up non è facile. Io pago di tasse per un dipendente quanto un colosso come la Barilla, non ho sgravi Irpef né flessibilità. La pressione fiscale è altissima, e da quando siamo qua non abbiamo avuto un euro, né un’agevolazione da Stato, Regione e Comune. Certo, con le istituzioni abbiamo parlato molto, ma spesso con perdite di tempo allucinanti in cui poi non si conclude niente. Così non si può andare avanti, serve aiuto a questo tipo di iniziative». Ma il saldo per il momento è più che positivo: «Ci conoscono in pochi, ma le cifre relative sono alte. Speriamo ancora che le istituzioni ci cerchino».

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