Jobs Act e lavoro autonomo

di Diego Castagno

Tra le tante novità introdotte dal Jobs Act ce n’è una su cui si scrive poco: l’autoimpiego, o l’avvio di una nuova attività, come mezzo per il reinserimento nel mercato del lavoro.

La misura è stata sperimentata in Italia qualche anno fa con Garanzia Giovani e compare nel testo della legge. L’interesse del legislatore per quelle che spesso vengono ritenute start up “minori” rispetto alle iniziative di nuove imprese tecnologiche o innovative è confermato da un nuovo quadro legislativo relativo alle partite IVA ed ai nuovi lavori, dallo smart working all’estensione del welfare ai lavoratori autonomi. Oggi infatti esiste una legge sui lavoratori “a gestione separata INPS” che allarga la platea di chi ha diritto al welfare. E’ soprattutto un riconoscimento del lavoro autonomo che in Italia è sempre mancato, tra le inerzie di un sistema che metteva al centro il contratto e le diffidenze verso un mondo fatto da soggetti lontani dal modello tradizionale di rappresentanza sindacale.

Tornando al Jobs Act, ecco in estrema sintesi come funzionano i servizi al lavoro, cioè gli strumenti e le opportunità a chi è in cerca di occupazione. Il percorso per il reinserimento si articola in fasi successive: si parte con la dichiarazione di immediata disponibilità, si passa alla profilazione dell’utente, si stipula un contratto di servizio tra utente e il soggetto che eroga i servizi al lavoro e che stabilisce gli obblighi reciproci dell’utente e dell’operatore. Il rapporto tra i due soggetti si conclude nel momento in cui cessa lo stato di disoccupazione. Due i casi previsti: l’utente ha ottenuto un contratto di lavoro o ha avviato un’attività di lavoro autonomo.

Il riconoscimento del lavoro in proprio come strumento di inclusione apre alcune prospettive interessanti nel sistema delle politiche attive in Italia, ad esempio i centri per l’impiego, o il soggetto che eroga i servizi al lavoro per chi è disoccupato, deve incominciare a muoversi non solo entro i confini del lavoro subordinato. Dal punto di vista pratico significa che centri per l’impiego o agenzie di somministrazione devono essere pronte ad accompagnare percorsi verso l’autoimpiego, cosa che prima non accadeva. Dal punto di vista politico questa attività accompagna un ribaltamento di prospettiva e di paradigma: al centro della presa in carico del soggetto c’è la persona, le sue specificità e le sue attitudini. In pratica non si ragiona più solo sul contratto, ma sul lavoro, compreso il lavoro autonomo.

Quando si parla di freelance o di partita IVA in Italia ci si muove in confini molto fluidi. In Italia le partite IVA sono secondo stime per difetto più di due milioni, ma rappresentano un mondo variegato e fortemente disomogeneo in un contesto economico, quello italiano, caratterizzato da piccole e piccolissime imprese scarsamente in grado di fare sistema. Quando si parla di autoimpiego spesso ci si confonde con il mondo delle start up, che per convenzione sono quelle innovative e tecnologiche, oppure si pensa che l’avvio di una nuova attività sia una forma di start-up minore, di scarso valore o di modeste prospettive.

Non si può però ignorare che il mondo dei professionisti, e soprattutto delle nuove figure professionali nel campo della comunicazione e delle tecnologie, rappresenta molto spesso un indispensabile bacino di riferimento per le start up nel trovare risorse umane adatte e idonee a progetti innovativi. Inoltre molte start up nascono dall’idea, dalla passione e dall’impegno di questa tipologia di nuovi professionisti. In realtà il tema dell’autoimpiego, in tempi di Impresa 4.0, diventa in generale interessante.

In un recente convegno su formazione manageriale ed autoimpresa organizzato dalle Business School associate ad ASFOR nella giornata della formazione manageriale, si è affrontato il tema della competenza dell’imprenditività, riconosciuta a livello europeo come una delle competenze trasversali chiave per l’accesso al mercato del lavoro, come la base del nuovo modo di concepire il lavoro nell’era del digitale. Da un lato il manager deve ragionare da imprenditore, dall’altro l’imprenditore deve avere basi manageriali per sostenere la propria azienda, dalla fase di start up alla maturità.

La crescente attenzione alle start up e al ruolo dello Stato nell’incentivare la creazione di impresa rivela il ruolo generativo dell’investimento pubblico, sia nel settore profit che nel non profit. L’idea che l’intervento statale debba porre le condizioni per lo sviluppo e generare economia sembra oggi una strada finalmente concreta. In pratica l’autoimpiego è il mondo bottom up, che in una ottica di innovazione aperta va accompagnato verso la maturità, valorizzandone le potenzialità e generando valore.

L’Italia in questi ultimi decenni sembra aver smarrito la sua vocazione imprenditoriale, o almeno così pare dal crollo delle partite IVA negli ultimi due anni rivelati dall’analisi dei dati forniti dall’Istat. Al di là delle motivazioni e della complessità dell’argomento valorizzare l’autoimpiego significa fare cultura di impresa. La sfida semmai è quella di dare alle neo imprese gli strumenti per stare in piedi e produrre occupazione, in un contesto di digitalizzazione che secondo alcuni potrebbe portare alla progressiva sostituzione del lavoro dell’uomo con quello delle macchine.

Se la strada verso la legittimazione dell’autoimpresa sembra segnata, la partita resta ancora aperta, e il tema riguarda la competenza degli Enti locali in materia di formazione e lavoro: da un lato lo stato fa la legge, dall’altro le Regioni decidono come attuare le misure.

Il caso di Garanzia Giovani sarà ancora un volta un test importante. Il “Selfieemployed”, il fondo per l’autoimpiego, ad esempio, non fu attivato in tutte le Regioni. Allo stesso modo la strada per l’incentivazione all’imprenditoria non è la stessa in tutte le Regioni del Paese. Oggi con il rifinanziamento del progetto si presenta una nuova opportunità che va colta per stimolare nuova imprenditoria e creare nuovo lavoro.

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