Club degli investitori: “Investiamo sulle persone, non solo sui progetti”

di Andrea Doi


Nel nostro Paese c’è ancora chi crede nelle persone. Alla faccia dei luoghi comuni e del pessimismo che si continua a respirare nelle nostre città. E’ il caso del Club degli Investitori. Una realtà presente da quasi dieci anni a Torino che ha come scopo quello di investire su nuovi progetti ma in particolare sulle persone ad essi legati. Per conoscere il Club abbiamo incontrato il suo presidente. Giancarlo Rocchietti, ingegnere elettronico, che anni fa ha fatto una scelta di vita: «A 50 anni ho ceduto ad un fondo di investimento la mia azienda l’Euphon Spa, pochi anni dopo averla quotata in borsa, e sono diventato business angel». Continua Rocchietti: «Ho fondato, insieme ad altri sei imprenditori nel 2008 il Club, seguendo l’esempio dei business angel anglosassoni che affiancano, come dei veri angeli custodi, la crescita di una azienda». Oggi gli Investitori sono più di cento che fanno del Club il più grande network regionale in questo settore. «L’associazione al suo interno ha imprenditori professionisti e manager che investono direttamente in quote di partecipazione di start up o di piccole imprese innovative ad elevato potenziale di crescita» racconta Giancarlo Rocchietti. «Ogni anno valutiamo circa 500 progetti non solo del territorio, una decina di questi vengono presentati ai soci». Gli incontri si svolgono una volta al mese nella sede di via Giacosa a Torino. In questa occasione «gli imprenditori hanno la possibilità di presentare il proprio progetto. Dopo il primo step ce n’è uno a porte chiuse dove i soci decidono cosa fare. In sostanza se investire o meno nel progetto presentato». Il potenziale imprenditore non deve aspettare molto per conoscere la propria “sorte”. Infatti entro sette giorni gli viene comunicata la risposta dal Club. «Una volta deciso di investire nominiamo uno dei soci “Champion” che farà da tramite tra imprenditori e investitori». Il Champion è solitamente uno che ben conosce il settore interessato dal progetto. Per Rocchietti non si tratta solo di “metterci del denaro”, ma «l’investimento attraverso il Club degli Investitori significa coinvolgimento di un gruppo di persone che mettono a disposizione una rete di contatti e grande esperienza dal valore certamente superiore al capitale impiegato».

Un lavoro complicato «come un XFactor tra aspiranti imprenditori», ammette sorridendo Rocchietti. Anche perché: «alla fine investiamo più sulle persone. Infatti un progetto cambia le persone no. Mi spiego: ogni sei mesi un business plan cambia, mentre le persone e la loro idea no. Certo non siamo dei missionari ma comunque non investiamo solo per ricavare denaro e per noi il sostegno al consolidamento di una start up è quanto mai importante. Basti pensare che anche chi non entra nel team di un progetto ne diventa comunque supporter in quanto non mette denaro ma esperienza diventando di fatto mentore dell’imprenditore». Di soddisfazioni in questi quasi dieci anni il Club ne ha registrate tante, come nel caso di una innovativa azienda specializzata in nanotecnologie che utilizzano come materiale il grafene, la Directa Plus, di Lomazzo nel comasco, che ora è quotata in borsa. Sull’azienda lombarda il Club ha investito 1.450.000 euro. Altro fiore all’occhiello del Club è Indabox, una società di E-commerce. Si tratta di una start up piemontese fondata da Giovanni Riviera, Michele Calvo e Mariano Abbona, specializzata nel ritiro di prodotti acquistati su internet. «Nel 2016 – evidenzia Rocchietti – Poste Italiane, non solo è stata quotata sull’AIM di Londra, ma anche quote di Indabox sono state acquistate da Poste Italiane. Tutto questo a conferma di quanto sia efficace il nostro processo di selezione». Sempre nel 2016 il Club ha investito 135mila euro nella Bettanin & Venturi. Un’azienda artigiana veronese che dal 1865 produce scarpe da uomo che possono essere acquistate nei negozi più prestigiosi del mondo perché, come dice il presidente del Club degli Investitori: «è importante, oltre all’innovazione, perseverare sul know how tramandato da generazioni, fattore base di tante eccellenze del made in Italy». Il discorso inevitabilmente cade sul quadro generale delle start up piemontesi e sulle nuove imprese Torino e il Piemonte, dati alla mano, non primeggia. Qual’è il tallone d’achille? Rocchietti non esita: «I soldi non sono un gran problema. Fra una cosa e l’altra il capitale si trova. Il limite è che abbiamo ottimi progetti e bravi imprenditori ma non c’è la capacità di “sapersi vendere”. Posso ipotizzare che questa sia colpa di come siamo stati storicamente legati alla grande impresa rappresentata dalla Fiat e dal suo indotto. Sussiste quindi una carenza di formazione che porta anche a vendere la propria idea e farla diventare vincente. Insomma bisogna essere più aggressivi». «Sul discorso formazione collaboriamo con la Fondazione Agnelli seguendo un corso con quaranta giovani». Il mancato saper vendersi e la scarsa aggressività non son certo i soli motivi che non portano Torino e il Piemonte a decollare nelle start up. «Vero, manca anche una rete tra i vari soggetti e non sempre purtroppo le istituzioni riescono a venire incontro alle esigenze dei giovani imprenditori» è quanto riscontra il presidente del Club degli Investitori. Un quadro complesso quindi nel quale sono ancora diversi i tasselli mancanti. Quello che non manca invece al Club degli Investitori è la voglia di credere ancora, come detto all’inizio, nelle persone e nelle loro idee. Certo il lavoro del business angel non è così facile ma i successi di questi anni sono la prova di un approccio vincente anche e tanto più in chiave futura.

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